Phubbing, cos’è e perché mette a rischio le Relazioni Umane

Il Phubbing è la mania compulsiva di controllare e guardare costantemente il proprio smartphone, anche nelle situazioni più inadeguate. Una sorta di nuova dipendenza cui a volte non facciamo neanche più caso, ma che fa sentire isolato l’interlocutore che, a sua volta, torna a rifugiarsi sui Social Media.

Non stiamo certamente parlando di un fenomeno nuovo.
La diffusione massiccia dello smartphone, si sa, ha modificato moltissimo le nostre dinamiche di Comunicazione.
Tuttavia, recenti ricerche hanno dato origine ad una sorta di nuova dipendenza: il Phubbing, ovvero la mania compulsiva di controllare e guardare il proprio telefonino. Leggere le notifiche, rispondere, chattare anche quando si è in situazioni inadatte.
Al bar con gli amici, mentre si chiacchiera dal vivo, al ristorante.

Chi non si è mai inventato scuse per continuare ad allungare gli occhi sullo smartphone?
Lo si appoggia, anzi, ormai direttamente sul tavolo: anche se si è in una situazione romantica, il terzo incomodo ha smesso di essere scomodo.

dipendenza da phubbing

Il nome Phubbing deriva dalla fusione di due termini, “phone” (telefono) e “snubbing” (snobbare), perché è esattamente così che si sente – snobbata – una persona di fronte alla continua attenzione ad altro del proprio partner.
Non si parla, generalmente, della nascita di un sentimento di gelosia da parte dell’interlocutore: non è importante con chi il nostro compagno stia continuando a scrivere o ricevere notifiche.

E’ importante il fatto stesso che lo faccia.
Perché annienta la Comunicazione e la Relazione presente. Di fronte al Phubbing, nascono reali sentimenti di frustrazione, di trascuratezza, di delusione e tristezza.
Di solitudine.

Una specie di “mobbing”, che è stato oggetto di studio già un paio di anni fa: “La mia vita è diventata la più profonda distrazione dal mio telefono”.

A seguito di questa indagine, concentrata sulla vita di coppia fuori e dentro al letto, si rilevava che il 36,6% dei interlocutori realmente presenti si sentiva ignorato e abbandonato, mentre una percentuale non inferiore al 22% ha iniziato ad avere – proprio per questo fenomeno comunicazionale – gravi problemi di relazione.
Fino alla reale rottura della coppia.

Oggi, un nuovo studio rimette al centro la problematica. Meredith David e James A. Roberts, della texana Baylor University’s Hankamer School of Business, hanno analizzato il comportamento di più di 330 persone in due fasi differenti.
Il dato più saliente è che il 25% di chi subisce Phubbling ha reagito rivolgendosi a propria volta ad attività sui Social Network.
Sentendosi isolati, “snobbati” e soli, gli interlocutori hanno acceso i loro account Social per trovare compensazione e compagnia sul proprio Facebook e sulle proprie chat.
E’ come se, in questo modo, si ripristinasse un equilibrio: “Mi lasci da solo perché anche se siamo insieme non fai che guardare il telefono? Bene, lo faccio anche io, perché solo sui canali social mi sento di nuovo accettato e affermato

Aggiunge David: <<Nonostante l’obiettivo di dispositivi come gli smartphone sia quello di aiutarci a collegarci con gli altri, in questa particolare situazione producono l’effetto contrario>>.
La realtà è sempre più lontana, a causa di un circolo vizioso cui non si riesce a porre fine.
<<In modo ironico – e paradossale, aggiungo – la tecnologia disegnata per unire gli esseri umani ci ha condotto all’isolamento>>.

E non finisce qui: la spirale creata dal Phubbing avrebbe anche notevoli ripercussioni sulla salute dell’individuo, non solo dal punto di vista psicologico – con effetti come la depressione -, ma anche sull’organismo.
Un vero e proprio abbassamento del sistema immunitario renderebbe i soggetti “isolati” molto più esposti ad ammalarsi.

Sul sito stopphubbing.com, dedicato a fare chiarezza su questa dipendenza e a trovare soluzioni per combatterla, sono stati pubblicati alcuni dati particolarmente interessanti.
L’87% degli adolescenti a livello mondiale preferisce comunicare via smartphone piuttosto che faccia a faccia col proprio interlocutore, anche se non ci sono distanza fisiche elevate.

E se si dovesse tradurre in termini territoriali il fenomeno del Phubbing si determinerebbe un’area terrestre pari a 6 volte la Cina.
Sempre sul sito dedicato, si scopre che in media, durante una cena al ristorante, il 36% delle persone è afflitto da tale fenomeno, il che equivale a spendere 70 giorni in totale solitudine all’anno mentre il nostro interlocutore rimane agganciato allo smartphone.
Una curiosità: a causa della “dipendenza da Phubbing” la qualità del cibo del ristorante appare assai peggiore, tanto che le lamentele rivolte alla cucina salgono del 97%.

Quali sono le attività più comuni quando si continua a guardare e a interagire con lo smartphone? Aggiornare il proprio status su Facebook, acquistare musica e giochi online, chattare sulle varie piattaforme social, nonché effettuare immediate e repentine ricerche su Google.
NewYork, con circa 19, 7 milioni di individui, è senz’altro la prima città al mondo in cui il fenomeno del Phubbing ha preso piede.
Seguono Los Angeles – con 15, 2 milioni di “Phubber” – e Londra con 12, 8 milioni.

Come si può correre ai rimedi?
Indubbiamente ponendosi delle regole, delle norme da rispettare rigorosamente magari anche stabilendo delle penalità se non si rispettano. E poi, soprattutto, trovare – e rispettare! – zone libere, franche dall’effetto Phubbing, siano essi il bar, il ristorante o perfino la camera da letto.

19 thoughts on “Phubbing, cos’è e perché mette a rischio le Relazioni Umane

  1. Quando inizio a comportarmi in questo modo, per fortuna, me ne accorgo e metto via il cellulare: sento il peso del silenzio che la mia “mania” crea quando sono in un contesto sociale. Quando altre persone lo fanno in mia presenza, mi irrito e non faccio nulla per nasconderlo, anzi.

    1. …e fai benissimo Bruna!
      Magari ci arrabbiassimo tutti 😉
      E’ vero che il nostro lavoro non ha orari né week end, ma le nostre Relazioni più care le dobbiamo preservare.
      Imponendocelo? Anche, assolutamente sì!
      Grazie di essere venuta a trovarmi, spero di riaverti presto mia ospite.
      Un abbraccio

  2. Io da tempo mi sono imposto delle regole: alle 20,00 metto lo smartphone in modalità aero e lo riattivo 12 ore dopo.
    C’è anche da dire che devo cambiare gestore da metà dicembre e da allora il mio smartphone funziona solo se c’è una wifi attiva 😀

    1. Caro Daniele, grazie innanzi tutto di essere venuto a trovarmi!
      Anche io, ammetto, riesco abbastanza a rispettare i miei orari: la sera stacco proprio e poi sono una dormigliona. Quindi per 12 ore il cellulare è rigorosamente in silenzio!
      Un abbraccio e a presto :-*

  3. Succede anche a me. E siccome so che accade cerco di porvi rimedio. Mi autoregolamento. Però ormai la conversazione social è costantemente work in progress e, se vogliamo parteciparvi, non possiamo esimerci dall’essere always on..

    1. Carissimo Leo,
      già …always on!
      Personalmente cado frequentemente in questa trappola, e il “solo per lavoro” – mi dico – non dovrebbe diventare una giustificazione.
      A salvarmi c’è il fatto che mi appassiono (e mi esaurisco) talmente tanto di giorno, che almeno la sera è il fisico stesso che mi chiede di spegnere tutto 😀
      In ogni caso, anche se a volte è necessario restare connessi anche in orari scomodi per gli altri, le nostre Relazioni più care le dobbiamo assolutamente preservare!
      Grazie di essere qui, presente e attento: torna presto.
      Ti abbraccio!

  4. Cara Francesca… “Vogliamo essere qui e altrove…”…Ma la verita’…e’ che dovremmo essere “presenti” fisicamente…con le persone a cui vogliamo bene…/ Consultare in maniera…”ossessiva” uno Smartphone o un tablet…quando si e’ in compagnia…sta diventando un grave atto di maleducazione…/Quando si e’ con altri…contano solo “gli altri/e presenti”…/ Ciao.

  5. Caro Toto,
    è esatto, è proprio questo il punto!
    Se il nostro interlocutore è sempre col telefonino in mano per rispondere alle notifiche, fare selfie, chattare, noi ci sentiamo per lo meno esclusi. Soli.
    E’ un isolamento che comporta grande frustrazione, proprio perché è come se “stessimo con qualcuno che non c’è”, perché – come tu dici – non è presente.
    Oltre alla maleducazione, il risultato è che a nostra volta ci rifugiamo di nuovo sui Social Media: perché almeno lì c’è sempre qualcuno presente che ci “ascolta”.
    Ed ecco che si instaura facilissimamente un circolo virtuoso in cui le Relazioni Umane si perdono.

    Grazie di essere venuto a trovarmi: ti aspetto ancora tra i commenti dei prossimi post!
    Un abbraccio

  6. Purtroppo questa “malattia” sta diventando una costante anche tra le persone della mia generazione! Cioè dai sessanta in sù! È questo è veramente una cosa difficile da capire, la mia generazione in teoria non dovrebbe essere così digitale! Anzi ossessiva dai su ciao network e simili, sopratutto nelle città di provincia, invece così non è…basta entrare in un luogo pubblico e guardare le persone presenti…almeno il 50% ha un smartphone in mano e non comunica con gli altri!
    Purtroppo non ho una soluzione…solo un consiglio…parlate con le persone!!
    Ciao Marco

  7. Carissimo Marco,
    grazie davvero tanto di essermi venuto a trovare e, sopratutto, a commentare.

    Purtroppo questa mia indagine sottolinea come il dilagare del fenomeno non sia affatto limitato agli adolescenti, anzi!
    E prescindendo dalla maleducazione in atto, c’è da riflettere approfonditamente sul perché nel Social troviamo sempre riscontri positivi su rapporti, tendenzialmente a scapito delle vere #Relazioni Umane.

    Ti abbraccio forte e spero che tornerai presto a leggermi e a commentarmi!
    Un grane abbraccio

  8. Non avevo ancora letto questo pezzo: credo che bisognerebbe scriverlo in giro nelle dimensioni dei grandi cartelli pubblicitari!

    1. Sono felice, cara Anna, che ti sia piaciuto il pezzo!
      E’ ormai diventato un comportamento imperante, una dipendenza vera e propria.
      Che, come minimo, riflette pure una gran maleducazione 🙂

      Grazie del tuo commento: torna presto a trovarmi!

  9. Certo è molto più gratificante e riposante la relazione attraverso lo smartphone che non quella diretta, che implica molti modi diversi di “essere” e non soltanto quello che si dice

    1. Verissimo, cara Anna!
      La comunicazione diretta passa anche – e soprattutto – dalla Comunicazione Non Verbale.
      E quella ha il “vizio” di non saper mentire mai!
      Certamente, quindi, comporta un coinvolgimento maggiore e un livello di attenzione per lo meno più approfondito.

      Grazie ancora di essermi venuta a trovare!

  10. Siamo dipendenti dagli smartphone, a volte sembra costarci fatica staccare gli occhi dallo schermo e rivolgere la nostra attenzione a chi ci sta di fronte!
    Nulla crea un muro più alto della mancanza di comunicazione

  11. Esatto Flavia!
    Il fatto stesso di aver il cellulare sempre in mano, di metterlo sul tavolo quando si cena, di stare in mezzo agli altri ma controllarlo sempre è una pura dipendenza.
    Spezza ogni genere di relazione, anche superficiale.
    E instaura un circolo virtuoso per cui anche il nostro parner torna, a sua volta, a cercare gratificazione sui Social Media e sul suo telefonino!

    Grazie di essermi venuta a trovare,
    ti aspetto ancora!

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