Il Potere può danneggiare il cervello e far ammalare le Relazioni

Neuroscienza e Psicologia stanno attualmente indagando su quanto gli uomini di Potere perdano facilmente Empatia e Sensibilità Emotiva, le doti che per prime li hanno resi Leader. Alla base di queste affermazioni ci sarebbe un vero e proprio danno cerebrale, che altera il funzionamento dei neuroni. Cerchiamo di capire perché.

Il Potere ammala? Sì.
E’ quanto rivela l’ultima ricerca di Neuroscienze pubblicata su The Atlantic: il Potere, addirittura, causa danni al cervello, oltre a far perdere ai Leader quelle stesse doti che li hanno resi tali.
E la ricerca aggiunge: se il Potere fosse un farmaco, la lista degli effetti collaterali sarebbe pari a quella di una droga, non solo inebriante, ma capace di creare alterazioni importanti nelle reti neuronali.

uomini di potere

Psicologia e Neuroscienze si alleano per capirne il perché.
Dacher Keltner, psicologo dell’Università di Berkeley, sostiene che gli effetti del Potere sul cervello possono essere simili a quelli di una vera e propria ferita.
A farne le spese sono i neuroni a specchio, quelle cellule cerebrali che si attivano quando si compie un’azione e quando si osserva e si mima la stessa azione fatta da un altro individuo.

Dopo molti studi su questa classe di neuroni, oggi gli studiosi li considerano unanimemente come i veri e propri conduttori della comprensione del comportamento altrui. In altre parole, i neuroni a specchio spiegano a livello fisiologico la capacità di porci in relazione con gli altri. E non solo nell’apprendere le azioni altrui: soprattutto nel comprenderle.

Sono i neuroni dell’Empatia? Sì, esattamente.

La scienza neurologica conferma, dunque, le ipotesi psicologiche e Keltner definisce così il “paradosso del Potere”: quando lo si detiene, si perdono alcune delle capacità necessarie per ottenerlo.
Lo psicologo americano afferma: <<le persone potenti smettono di simulare l’esperienza degli altri>>.
Dal momento che siamo in grado di simulare o mimare solo i gesti che il nostro cervello comprende, in termini di attivazione neuronale, tutto questo non può che portare a un grave deficit dell’Empatia.
Inoltre, quando guardiamo qualcuno che esegue un’azione, la parte del cervello che usiamo per fare quella stessa cosa si accende in risposta al Sistema Nervoso Simpatico, che manda segnali per lo più inconsci.
Ne consegue, quindi, che le persone che perdono Empatia non se ne rendono conto, e continuano a relazionarsi con gli altri senza realmente comprenderli.

Altri studi hanno dimostrato come gli individui che hanno raggiunto il Potere provino difficoltà a capire cosa stia provando una persona che si trovi proprio di fronte a loro.
In un’esperimento che risale al 2006 si è chiesto ai partecipanti di disegnare la lettera E sulla propria fronte in un modo per cui fosse possibile vederla e distinguerla per gli altri.
E’ ovviamente un compito che richiede di riuscire a vedersi dal punto di vista dell’osservatore.
Ciò che è emerso è quasi stupefacente: per chi aveva raggiunto un alto livello di Potere la probabilità di scrivere la lettera E nel modo “giusto per se stessi” è stata tre volte maggiore.
Chiunque guardasse la fronte di queste persone, insomma, vedeva la lettera E al contrario.

Altri esperimenti hanno dimostrato che le persone potenti peggiorano nell’identificare ciò che è importante per i colleghi, e – dato molto rilevante – fanno il triplo della “fatica” a ridere quando ridono gli altri.
Osservazione, questa, particolarmente significativa poiché la risata è un comportamento istintivo.
Non mediato dalla volontà, guidato esclusivamente da stimoli inconsci.

Se il Potere, dunque, riduce la capacità di Mirroring – riflettere i movimenti e le espressioni degli altri -, il fatto di ridurre la comprensione delle emozioni altrui è ancora più importante.
Si annulla la qualità dell’Autorevolezza, mentre l’Autorità vince.

L’Esercizio del Potere è umanamente fondato sul rispetto, sulla credibilità e l’onore.
Non riuscire più ad essere comprensivi, empatici, ascoltatori attenti ai bisogni altrui, persone capaci di relazionarsi attraverso un interscambio emotivo e intellettuale, non può che ridurre drasticamente tale rispetto.
Il Leader che non ascolta, accetta e si confronta con i suoi “sottoposti” non potrà riuscire a lungo a mantenere la stima di chi, paradossalmente, lo ha proprio innalzato a Leader.
Chi detiene il Potere, certo, non deve per forza convincere gli altri della qualità delle sue scelte.
E’ sufficiente che impartisca ordini.

Ma quanto a lungo può mantenersi Leader chi non è più rispettato o amato?
Come sostiene anche Susan Fiske, professoressa di psicologia di Princeton, il Potere annebbia la capacità di lettura dei sentimenti altrui, semplicemente perché in fin dei conti l’opinione altrui non è più indispensabile.
Ovviamente, però, in qualsiasi organizzazione moderna il mantenimento di quel comando si basa su un certo livello di Supporto.
Sostegno che viene a perdersi – per fortuna, possiamo dire – quando la presunzione prende piede e conduce a una sorta di follia controproducente.

Esistono esercizi di umiltà?
E’ la domanda che, a questo punto, sorge spontanea.
Certo.
Innanzi tutto riuscire a ricordarsi sempre “da dove si è partiti”, restare consapevoli delle proprie radici e cercare di non Sentirsi potenti, dal momento che il percepirsi potenti è prima di tutto uno stato mentale.
In secondo luogo. mantenere rapporti stretti con qualcuno che sia capace di farci mantenere “coi piedi per terra”.

Interessantissimi esempi arrivano direttamente dalla storia.
Per Winston Churchill, fu sua moglie Clementine a svolgere questo ruolo di consigliera.
Nel giorno in cui Hitler entrò a Parigi, la donna ebbe il coraggio di scrivere: <<Devo confessare che ho notato un deterioramento nel tuo modo di comportarti. Decisamente stai perdendo la gentilezza nei confronti degli altri>>.
Il CEO di PepsiCo, Indra Nooyi, invece, racconta di persona quello che successe il giorno in cui ricevette la notizia della propria nomina al consiglio aziendale, nel 2001.
Arrivò a casa, inebriata dal sentimento di importanza e potere, ma sua madre le chiese di andare a comprare il latte prima di rivelare al mondo la notizia della sua promozione. Totalmente insofferente, Nooyi uscì e lo comprò.
“Lascia la tua dannata corona in garage”, fu la consulenza di sua madre quando tornò.

13 thoughts on “Il Potere può danneggiare il cervello e far ammalare le Relazioni

  1. Articolo interessante; molto importante ricordare l’umiltà a chi vive una situazione di potere.

    Segnalo solo un riferimento, secondo me sbagliato, a ‘uomini di potere’ nel sottotitolo. Più corretto sarebbe stato riferirsi a ‘persone di potere’, senza sottolineare differenze di genere che, in questo caso, sembrano poco pertinenti.

    1. Ciao Piero,
      la tua osservazione è assolutamente vera.
      Le differenze di genere non sono proprio contemplate!
      Uomini e donne possono subire gli stessi danni cerebrali e di conseguenza comportarsi in egual modo.
      Grazie della tua segnalazione e del tuo contributo,

      spero di averti presto di nuovo tra i commenti!

  2. C’è una vignetta che tutti abbiamo visto passare nella timeline almeno una volta (purtroppo non so di chi sia, chiedo venia all’autore)
    http://2.bp.blogspot.com/-9Zk2ZDWvFNM/U3mgDHpMVWI/AAAAAAAAH8s/f8LfByXS0cw/s1600/boss-vs-leader-800×800.png

    Tutti abbiamo pensato guardandola che nessuno che abbia buone relazioni possa ambire a divenire un boss, eppure questo è il paradosso del potere.
    Ti domando: il punto di vista del boss ha degli aspetti positivi rispetto a quelli del leader?

  3. Cara Carolina, una vignetta perfetta davvero e molto significativa!
    Grazie.

    Personalmente, il punto di vista del Boss non ritengo possa avere aspetti positivi rispetto a quelli del Leader.
    Forse in certi casi limite, quando si rende necessaria una presa di comando forte e imperativa.
    Ma poi il limite con la dittatura è così sottile…

    Autorevolezza (VS Autorità) non significa affatto essere più deboli, come Leader: significa poter costruire un’organizzazione lavorativa più efficace proprio perché è in grado di far risaltare i punti di forza di ogni “dipendente”.

    Grazie mille del commento,
    spero tornerai presto a trovarmi!
    Un abbraccio

  4. Non amo le figure imperative, proprio per i motivi che dici: ma vista la mia allergia all’autorità mi domandavo se io potessi essere poco obiettiva.

    Grazie a te per l’ulteriore approfondimento 🙂

  5. Molto interessante: nel ricordo, sono certa di avere constatato, magari in modo impreciso, questo meccanismo in parecchie situazioni. Sono sicura che avrei detto la stessa cosa delle due signore.

    1. Ciao Anna,
      sì, gli esempi storici che ho riportato sono piuttosto divertenti nella loro schietta irriverenza – meglio chiamarla “sincerità” -.
      E tanti altri ce ne sono nella storia passata, così come dici tu nella vita quotidiana odierna.
      Pensiamo solo a certi personaggi della politica attuale…

      Grazie di essermi venuta a trovare,
      spero di rileggerti presto tra i miei commenti.
      Un abbraccio!

  6. La mia esperienza di comunicatore e sociologo dice che il il vero potere è costituito dall’empatia e chi ha capacità empatiche non ha bisogno di esercitare potere perchè gli basta l’autorevolezza che questa capacità alimenta.

  7. Caro Andreas,
    è esattamente il fulcro dell’argomento.
    Una netta distinzione tra ciò che significa e comporta l’Autorità gestita col senso del Potere VS l’Autorevolezza, che è quella meravigliosa dote che rende la Leadership vincente.
    E “vincente” lo è perché è capace di relazionarsi con gli altri, di ascoltare gli altri, di mettersi nei panni degli altri (Empatia) pur mantenendo salde le redini.

    Felicissima che tu sia d’accordo con me,
    un abbraccio!

  8. Nel rileggere mi è venuta in mente questa osservazione: in generale noi, mente e sentimento, diamo il meglio quando dobbiamo ” combattere” contro qualcosa: Ma se si è già il capo, riconosciuto e magari ossequiato, contro che cosa resta da “combattere” e quale sarà poi alla lunga la conseguenza di questo?

    1. Un’ottima osservazione, cara Anna!
      Emozioni e Intelletto sono attivati molto di più nelle circostanze di competizione – competizione anche positiva, quando c’è insomma ambizione a raggiungere uno scopo -.
      Una battaglia e un’ambizione sana, che scemano e svaniscono nel momento in cui ci si sente già “arrivati”.
      E’ per questo che qualità come l’Empatia sono necessarie da mantenere vive: per non perdere mai il valore di sé e la strada del confronto con gli altri.

      Grazie mille del tuo contributo

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