Non c’è nulla di più Serio del Gioco, e non solo nello sviluppo del bambino

Se pensiamo al Gioco immaginiamo subito quello di un Bambino. Ed è giusto, perché per il suo sviluppo sano – emotivo, cognitivo, motorio e relazionale – lo spazio del Gioco è il luogo dove può entrare in contatto col proprio mondo interiore e integrarsi con l’universo intorno a lui. Ponendo così le basi della sua Personalità. Eppure, la Natura Libera del Gioco e l’affrancamento da giudizi sociali lo rendono indispensabile anche per gli Adulti. Giocare è Creare. E non c’è nulla di più serio nella vita.

Facciamo che…? Facciamo come se…?
Io allora divento…!
Sì, e poi facciamo che succede questo e quello.
Non c’è nulla di più serio di queste parole. Che, naturalmente, sono l’inizio di un gioco e non necessariamente un gioco per bambini. Ecco, allora è meglio dire: non c’è niente di più serio del gioco. Certo, se pensiamo allo sviluppo cognitivo e relazionale del bambino, ma anche alla sua capacità di sviluppare affetti, ci pare evidente come la possibilità di giocare liberamente abbia conseguenze estremamente positive per la sua crescita, effetti che andranno a strutturare la sua personalità di adulto.

Il gioco ha un valore evolutivo talmente importante perché permette al bambino di entrare – senza accorgersene e senza sforzo, anzi, con piacere e divertimento – a contatto col proprio monto interiore. Un mondo interiore ancora in divenire, fatto di immaginazione, di cognizioni ancora parziali, di pensieri da dover rispettare pur se ancora imprecisi, e soprattutto di emozioni e affetti.

Gioco da bambini

Gli affetti – prima di tutto verso la famiglia e i primi amichetti – sono i più facili da instaurare nel mondo interiore ed esteriore del bambino. Perché c’è tutto un universo da scoprire, emotivamente parlando, che all’inizio si suddivide in cose buone e belle o in cose brutte e cattive. Le emozioni sono ancora ad uno stato embrionale, eppure ci stupiremo di fronte alla velocità con cui si formano e si cristallizzano, ponendo le prime basi del carattere del piccolo.

Contano i Geni, ma al 50% conta anche l’Ambiente, che non è fatto di luoghi, ma di atteggiamenti, comportamenti, azioni e reazioni di chi si prende cura – o non se ne prende affatto – del bambino. Questo è l’ambiente che conta. Non esiste una scuola per genitori. Esiste, tuttavia, la capacità emozionale di sapersi porre alla sua “altezza”: l’empatia – prima di tutto -, e l’amore, la serietà dell’amore, la serietà delle emozioni. 

Sempre dal punto di vista della crescita <<per i più piccoli, il gioco è funzionale allo sviluppo sensoriale e motorio che nasce dal piacere di esercitare liberamente le proprie capacità fisiche ancora rudimentali man mano che emergono>> (Silvia Vegetti Finzi, psicologa).

E quella parola “liberamente” vorrei sottolinearla con mille colori. E’, infatti, niente di meno che l’American Academy of Pedriatrics a porre le linee guida dell’attività ludica sana: il gioco libero è l’alleato vero della salute e del benessere dell’infanzia. Giochi semplici e spontanei al posto di giocattoli intelligenti? Sì, per non invadere il percorso autonomo e indipendente del bambino, che deve sentirsi protagonista attivo e padrone di sé dal punto di vista dei tempi, degli spazi, delle singole piccole scelte.

È, infatti, iniziata per lui l’Età dell’Onnipotenza: il “facciamo come se…” diventa per lui creare anche quello che esiste già. Non per noi adulti, ma per lui che narcisisticamente – dal punto di vista evolutivo e sano del termine – dà vita al mondo. Se questa fase non esistesse, il piccolo resterebbe in balia delle sue fasi primarie di vita, in particolare della sua fusione con l’identità della madre.

Il grande pediatra e psicologo inglese Donald Winnicott sostiene che il gioco è sempre un’esperienza creativa e la capacità di giocare in maniera creativa permette al soggetto di esprimere l’intero potenziale della propria personalità. <<Grazie alla sospensione del giudizio di verità sul mondo, a una tregua dal faticoso e doloroso processo di distinzione tra sé, i propri desideri, e la realtà, le sue frustrazioni>>.

Creo, dunque sono (D.Winnicott) Condividi il Tweet

Gioco da bambini

E non solo.
L’intera vita culturale dell’essere umano ha origine anch’essa nella possibilità di giocare in modo creativo. E’ questa la situazione dell’adulto di fronte al gioco?

L’esperienza culturale comincia con il vivere in modo creativo, ciò che in primo luogo si manifesta nel gioco. Winnicot Condividi il Tweet

Nel significato comune il termine “gioco” si distacca totalmente da qualsiasi connotazione di “serietà”.
È esperienza di tutti. E questo succede perché il gioco produce piacere, si realizza in una realtà fittizia e per lo più gratuita, o con regole ben distinte da quelle del lavoro, della vita di tutti i giorni. Eppure, la gratuità del gioco non si riferisce all’accezione economica (denaro), ma di libertà. Il gioco è gratuito perché è libero, anche per l’adulto.

Esattamente come per i bambini, il gioco potenzia le relazioni e la nostra capacità empatica di stare con gli altri. Crea intimità nella coppia, facilità il confronto senza che sfoci malamente in discussione: perché giocando vale tutto, ci si può liberare, essere completamente se stessi, recuperare leggerezza – ben diversa dalla superficialità – e spontaneità. Giocando, ci è permesso perfino di far emergere tratti di noi difficilmente accettati dalla realtà sociale. E, soprattutto, giocare è creare.

Creare è sentirsi vivi, amati o meno per quello che si è, senza sovrastrutture, alleggerendo qualsiasi processo razionale, semplificandolo, adeguandolo al carattere emozionale di noi.

giocare a biliardo

Inoltre, giocare permette al nostro cervello di evolversi: si rinnovano le connessioni neuronali e si rendono più flessibili e sviluppando una maggior capacità adattiva. La capacità creativa del gioco rende possibile la scoperta di qualcosa di sé stessi, aiutandoci ad acquisirne l’accettazione. In questo senso, si può affermare che il gioco provoca una scarica emozionale, ma in una sorta di territorio protetto, senza rischi sociali o relazionali.

Ci aiuta a guarire? Indubbiamente sì, perché – soprattutto nelle malattie psicosomatiche – consente di buttare fuori da noi stessi ciò che ci ingabbia e, lentamente, assumerne la coscienza.
Ecco che allora, proprio quando stiamo giocando siamo davvero “seri” come lo sono i bambini.

Il contrario del gioco non è ciò che è serio, bensì ciò che è reale. Sigmund Freud Condividi il Tweet

30 thoughts on “Non c’è nulla di più Serio del Gioco, e non solo nello sviluppo del bambino

  1. Grazie Francesca per questo splendido post…se mi permetti vorrei agganciarmi alla tematica riportandoTi ciò che disse Alec Guinness al nipotino nenel film: Il Piccolo Lord): “Il gioco è importante perché prepara il bambino al grande gioco che è la Vita!”

    1. Ma grazie a te, Aldo: è un contributo bellissimo il tuo!
      Ed è esattamente il significato del mio articolo.
      Aggiungendo solo che la potenza della #Creatività aiuta a mantenerci genuini, autentici, liberi dentro e fuori di noi.

      Un abbraccio!

  2. Ciao, mi ricordo che quando i miei figli erano piccoli e a mano a mano che crescevano ho letto libri sulla crescite dei bambini e naturalmente cercato di mettere in pratica i loro eventuali insegnamenti: in questo casi favorendo il loro gioco spontaneo o sollecitandolo : credo che quello che tu hai scritto sia una assoluta verità e necessità!!

    1. Ciao Anna,

      devi essere stata una madre estremamente attenta e premurosa, ma soprattutto pronta ad andare incontro alle novità. Il gioco spontaneo del bambino è indubbiamente la base per la formazione della sua personalità, e saperlo sollecitare non è facile per niente!

      Grandissimi complimenti, quindi, e un abbraccio!

  3. Grazie di avere affrontato questo argomento, perchè spesso discuto con mia sorella la cui bambina, 2 anni e mezzo, non vuole mai stare da sola e non mi pare che giochi mai spontaneamente, ma solo quando viene sollecitata o trascinata da altri. Pensaci e dimmmi che cosa ti suggeriscono in proposito le tue letture

    1. Ciao Luigi,
      è un argomento molto importante e vale la pena anche discuterne – meglio: confrontarsi – in famiglia tra adulti e tra amici.

      A mio parere 2 anni e mezzo sono già un’età in cui il bambino ha sviluppato una sua forma di curiosità verso il mondo che lo porta a giocare anche senza sollecitazioni. Ma non è grave: se la bimba di tua sorella comunque inizia a giocare quando viene sollecitata, va ancora benissimo.
      E’ piccola, ogni bimbo a quell’età non ha ancora del tutto formato il proprio carattere, ovviamente.

      L’importante è che – anche se sollecitata o trascinata – in qualche modo si distacchi dalla madre, la cui simbiosi a 2 anni e mezzo deve troncarsi. Proprio attraverso il gioco.
      Il gioco aiuta l’indipendenza del bambino e la gioia del riconoscersi individuo a se’ stante.

      Spero di esserti stata utile in qualche modo,
      un caro saluto

  4. Ciao, condivido quello che dici anche sul gioco fra adulti: purtroppo io non gioco mai a qualche gioco istituzionale, ma credo che molti pensino come ad un gioco quando si figurano di immaginare le conseguenze di quello che fanno, anche se sanno che non lo faranno mai: anche questo è in fondo un modo di giocare, cioè di figurarsi una realtà che non c’è per vedere poi che succede. Cosa ne pensi?

    1. Ciao Federico,

      penso che tu abbia perfettamente ragione. Anche se non si sta giocando istituzionalmente, IMMAGINARE scenari diversi dalla realtà, viaggiare con la mente e creare nella mente strade infinite da percorrere è CREATIVITA’ tanto quanto il gioco. Anzi, è GIOCO interiore, un gioco tra sè e sè che può davvero aiutare a superare difficoltà e a sdrammatizzare anche realtà pesanti.
      E’ simile al SOGNO, ma di sogno… parlerò un altra volta!

      Grazie di esserci sempre e un caro saluto

  5. Non c’è nulla di eccezionale in quello che ho detto: le mamme della mia generazione facevano tutte così!! Non so come sia adesso, però: ho perso totalmente i contatti col problema della crescita di bambini.

    1. Cara Anna,

      temo che adesso sia un po’ diverso, temo ci sia meno attenzione, e spero vivamente di sbagliarmi.
      Io non sono mamma, eppure riconosco l’importanza di informarsi su queste dinamiche, perché …genitori non si nasce 😉

      A presto!

  6. Come sempre i tuoi articoli producono riflessioni. Mi chiedo per esempio se la vita adulta, la psicologia adulta di un bambino che non ha giocato sarà diversa e in che modo: potrebbe non avere mai bene sviluppato la separazione di sè dagli altri, oppure non essere capace di affrontare le questioni semplici di tutti, perchè è ,come dire, sguarnito di esperienza?

    1. Cara Clementina,

      purtroppo, il bambino che non ha giocato, che non ha voluto mettersi in gioco e accettare di creare situazioni immaginarie, diventa inequivocabilmente un adulto insicuro dentro di sé che, soprattutto, vive con ansia e angoscia il distacco dalla figura di riferimento, generalmente la madre.

      Una condanna? Purtroppo, un segnale premonitore sicuro di un disturbo di carattere. Perché il gioco serve proprio al bambino per imparare a differenziarsi come persona e a godere di essere indipendente. E la mancanza di questa esperienza di piacere e di soddisfazione si cristallizza – nell’età adulta – in rigidità di pensiero e angoscia per qualsiasi tipo di cambiamento, oltreché paura di stare solo.

      Sono parole dure, mi dispiace dirtele.
      Eppure danno perfettamente la misura di quanto sia importante il gioco nell’età evolutiva!

      Un abbraccio

    1. Cara Flavia,

      sì, sembra un controsenso perché gioco e lavoro sono concetti – e realtà – generalmente opposti.
      Eppure se provi a pensare QUANTO illumina la mente il gioco creativo, comprendi quanto è anche capace di sviluppare potenzialità intellettive magari nascoste in noi, che sul lavoro sono più che preziose!

      Ti abbraccio forte

  7. Dovremmo riuscire a mantenere quel “Bambino che è in noi” ma è tutto fuorché facile e spesso porta anche a conseguenze negative

    1. Caro Ferdinando,

      grazie di essermi venuto a trovare!
      Mantenere e proteggere il “Bambino che è in noi”, in realtà, è proprio una delle doti più importanti in un essere umano.
      Ti dirò che significa anche spontaneità, genuinità, empatia: quindi qualità di un leader (ad esempio).

      Le conseguenze negative sono solo dovute ad un’incomprensione sociale: le sovrastrutture che pone, ad esempio, il lavoro sembrano remare contro a quello che, invece, è solo fonte di successo!

      Spero di essermi spiegata sufficientemente bene
      e ti abbraccio

    1. Perdonami Sonia,
      ma questo è un luogo comune che decisamente va sfatato.

      Essere superficiali significa non approfondire sentimenti e/o pensieri, significa rimanere estranei in gran parte a quello che si vive.
      Riuscire a conquistare libertà e leggerezza – anche e soprattutto grazie al Gioco – vuol dire invece emanciparsi dalle sovrastrutture sociali, dai ruoli imposti, dalla razionalità forzata. E riuscire a maturare quell’Intelligenza Emotiva che è essenziale per gestire al meglio le emozioni, la creatività, e anche il lavoro.
      Giocare è creare e creare è vivere: sentirsi indipendenti, soddisfatti di sé, felici di andare incontro a novità e innovazione.
      Una dote perfino propria dei veri Leader!

      Spero di averti convinta e ti mando un caro saluto

  8. Quanto è vero: quando riesco a ritagliarmi il tempo per giocare, mi sento genuina, come tornassi subito in contatto con me stessa

    1. Cara Giulia,

      è proprio così: giocando si torna alla spontaneità, genuinità, autenticità di noi.
      E questo è fondamentale – anche successivamente all’età evolutiva – per ritrovare la scintilla della creatività.
      Quella che rimane accesa anche quando si è smesso di giocare e si riaffronta la realtà!

      Cari saluti

    1. Certo Salvatore,
      in effetti non è affatto un concetto semplice.
      Ne parla magistralmente Donald Winnicot – un grandissimo psicologo specializzato nell’età evolutiva -.

      Diciamo che appena nato il bambino si percepisce (senza ancora la capacità di pensare) come un tutt’uno con la madre, col seno della madre che gli procura cibo.
      Lentamente, il percorso sano di crescita tuttavia prevede che si distacchi dalla madre, non in senso affettivo, ma letteralmente nel senso di DIFFERENZIARSI dalla madre. Percepirsi ALTRO RISPETTO ALLA MADRE.
      E attraversa diverse fasi, in cui piano piano prende coscienza di sé.

      Ecco: Onnipotente significa che il bambino è convinto che ciò che ha per le mani, ciò che vede e scopre, è frutto della sua creazione. E’ lui, insomma, l’artefice di tutto.
      E’ una fase importantissima, che porta alla soddisfazione di ESSERE INDIPENDENTE.

      Il Gioco lo aiuta in questo, tantissimo. Perché gli fa vivere un’esperienza appagante stimolando al tempo stesso in lui il desiderio di essere una persona unica di per sé, speciale, differente da tutte le altre.
      E questa è la fine “Sana” della simbiosi naturale con la madre!

      Spero di essere stata di aiuto e rimango a tua disposizione.
      Un abbraccio

    1. Cara Carmela,

      l’Ambiente conta come i Geni: al pari 50%.
      Si tratta, però, di un ambiente che non è un luogo, ma un AMBIENTE UMANO, costituito dai comportamenti e atteggiamenti, azioni e reazioni, di chi si prende cura del bambino, prima di tutto della madre!

      Curioso, ma scientificamente provato 🙂

      A presto!

    1. Grazie a te amica mia, soprattutto per avere sempre la gentilezza di commentare il post sul blog.
      Un abbraccio!

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